Il teatro della colpa: Garlasco come Milano nel 1630
In sintesi
L'analisi paragona il caso Garlasco al processo agli untori del 1630, evidenziando il rischio di condanne guidate dalla pressione sociale e mediatica.
Punti Chiave
- Parallelismo storico tra il processo agli untori della Milano del 1630 e i casi di Alberto Stasi e Andrea Sempio.
- Critica al ruolo dei media e della pressione sociale nella costruzione del "colpevole necessario".
- Analisi del passaggio dalla tortura fisica del Seicento alla "tortura moderna" dell'insinuazione mediatica.
- Riflessione etica sulla responsabilità del giudice nel resistere ai condizionamenti della piazza.
Garlasco come Milano nel 1630: Piazza, Mora, Stasi, Sempio e la giustizia che costruisce i suoi colpevoli
Nel 1630, Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora furono condannati a morte a Milano per un reato inesistente: la diffusione della peste tramite “unzioni”. I giudici, mossi da un clima di panico collettivo, li sacrificarono sull’altare di una verità preconfezionata. La storia, grazie alla lucidità di Pietro Verri e Alessandro Manzoni, ci ha restituito quel processo come un archetipo dell’errore giudiziario, figlio dell’arbitrio e della pressione sociale.
A distanza di quasi quattro secoli, i nomi sono cambiati, ma lo schema sembra ripetersi. Prima Alberto Stasi, oggi Andrea Sempio: figure trasformate in capri espiatori da un sistema giudiziario-mediatico che, per dinamiche e distorsioni, richiama sinistramente quel teatro della colpa che fu la “colonna infame”.
1. Il contesto: la peste e la paura, ieri e oggi
Nel Seicento fu la peste a scatenare il bisogno collettivo di una spiegazione, di un colpevole, di un volto da additare. Nel caso Garlasco, è il vuoto di giustizia lasciato da un omicidio efferato, irrisolto, che ha prodotto quasi vent’anni di processi, assoluzioni, condanne e teorie parallele.
- Ieri: il sospetto nasce da due donne alla finestra, da gesti interpretati come “sospetti” per un cappotto bagnato.
- Oggi: il sospetto nasce da un’analisi incompleta del DNA, da una bicicletta, da un computer spento.
Il clima mediatico – prima carta stampata, oggi talk show, social e podcast – ha alimentato un desiderio pubblico di colpevolezza, spesso più forte del dubbio processuale.
2. Stasi e Sempio: i nuovi Piazza e Mora?
Alberto Stasi, condannato dopo due assoluzioni, con un processo che il Ministro Nordio ha definito «irrazionale», rappresenta il prototipo del “colpevole necessario” del XXI secolo. Andrea Sempio, oggi al centro di nuove indagini, viene investito da un'ondata di sospetti, teorie esoteriche, suicidi, presunti segreti su ambienti ecclesiastici, e leggende urbane — proprio come avvenne nel 1630 con Mora e il suo unguento, il “feraiolo” e le accuse estorte sotto tortura.
In entrambi i casi:
- le prove oggettive scarseggiano, ma si consolidano convinzioni soggettive;
- il colpevole si costruisce per deduzione sociale, più che per ricostruzione fattuale;
- ogni dettaglio della vita privata viene reinterpretato in chiave indiziaria, anche quando manca coerenza probatoria.
3. Il potere della narrazione e la deformazione del processo
Nel processo agli untori, la tortura era strumento per piegare la realtà al pregiudizio. Nel caso Garlasco, la pressione mediatica agisce oggi come tortura moderna: insinua, suggerisce, orienta.
Le "teorie alternative" (sicari, festini, abusi ecclesiastici, file nascosti) si moltiplicano. Ma come nel Seicento, ogni deviazione dalla pista ufficiale viene trattata come eresia. Anche quando nulla è stato realmente provato, la narrazione collettiva è già costruita.
4. Il giudice tra diritto e potere
Manzoni ammoniva:
«L’ignoranza dei tempi può generare errori. Ma l’ingiustizia è sempre una scelta umana.»
Così nel 1630, così oggi. Il problema non è solo normativo o probatorio, ma etico.
Se il giudice si lascia condizionare dalla piazza – quella reale di Porta Ticinese ieri, quella digitale e televisiva oggi – il rischio non è solo l’errore giudiziario, ma la morte del diritto come scienza della misura.
5. Conclusione: il dovere di resistere al sospetto
Piazza e Mora non furono vittime del diritto, ma dell’uso distorto del diritto per finalità di ordine pubblico. Stasi e Sempio sembrano oggi intrappolati nella stessa logica: non dimostrare la verità, ma mantenere un equilibrio sociale attraverso la condanna.
È per questo che la “colonna infame” non è solo un monumento storico. È un monito attuale.
Ogni volta che si condanna per necessità, per convenienza o per pressione sociale, essa si erge di nuovo – silenziosa, ma spietata – nel cuore del nostro sistema giudiziario.
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Avv. Roberto Antonio Catanzariti
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